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Come è nato il calcio?

Anche nel Medioevo – pur in un mondo diviso per classi sociali e dove per il popolo spesso vita e lavoro coincidevano – esistevano occasioni e ricorrenze in cui abbandonarsi a svaghi e passatempi. Succedeva nei giorni festivi, quando contadini e agricoltori si riunivano per mangiare, bere, danzare, scommettere e giocare, oppure a Carnevale, periodo dell’anno in cui tutto il paese prendeva parti a riti di liberazione degli istinti repressi. Si trattava di attività ludico-ricreative tipiche di una cultura popolare tradizionale, che variavano da un posto all’altro secondo convenzioni abituali non scritte.

Si andava dai giochi con la palla alle gare di corsa, passando per diverse varietà di lotta e competizioni che coinvolgevano gli animali. I galli, per esempio, diventavano il bersaglio per il lancio di pietre o si affrontavano in cruenti combattimenti, mentre il bull-baiting prevedeva che uno o più cani si infilassero tra le gambe del toro fino a morderne i genitali e neutralizzarlo.

La sregolatezza del mob football e la stigmatizzazione del gioco

La violenza era una parte integrante di questi giochi popolari. I giovani la usavano per esibire la propria mascolinità, ma anche per mettersi in mostra, specialmente agli occhi delle ragazze in età di matrimonio. Uno dei giochi più estremi era il mob football, che consisteva nel portare una palla – realizzata con vescica di maiale riempita di fieno, crusca e muschio e rilegata in pelle – in una determinata meta avversaria come l’ingresso di una chiesa, un muro o un ponte. Ogni squadra arrivava a contare anche centinaia di partecipanti, era consentito usare indistintamente mani, piedi o bastoni e il campo da gioco era costituito da ampi spazi che includevano fossati, ruscelli, boschi e zone paludose. Proprio la vastità dei terreni poteva far sì che le partite durassero addirittura per giorni.

Sviluppatosi all’incirca nel XIII secolo, il mob football  era accusato di generare disordini, risse e danni che andavano ben oltre quelli inflitti ai partecipanti e che si ripercuotevano anche sulle proprietà dei cittadini. Spesso diventava il pretesto per regolare vecchi dissapori o risolvere controversie sulla spartizione delle terre tra fazioni rivali, tanto da comportare in più situazioni il ferimento o persino la morte di qualche giocatore. Ancora oggi il mob football resiste come forma di tradizione. La più famosa è forse il Royal Shrovetide Football, una partita che si gioca a Ashbourne negli ultimi giorni del Carnevale e che coinvolge tutto il paese. Le porte sono due mulini ai capi opposti della città.

Nel 1170 il chierico William FitzStephen fornì il primo resoconto di una partita di calcio in Inghilterra e scrisse che «dopo cena tutti i giovani della città sono usciti sui campi per praticare il gioco della palla». Ogni categoria aveva la propria squadra, mentre anziani, padri e uomini ricchi si riunivano in gruppi per osservare e sostenere i ragazzi partecipanti, spesso in maniera animata.

La tolleranza verso simili condotte sregolate e indisciplinate ebbe però vita breve e a partire dal XIV secolo vennero richiesti un maggiore controllo e l’adozione di una politica intransigente. Il motivo non era però tanto dettato dall’inquietudine morale sollevata dagli esiti brutali del gioco, ma dal fatto che distogliesse le persone dagli affari per correre dietro a un pallone e recasse disturbo alla quiete pubblica.

Nel 1314, a nome del re Edoardo II, il sindaco di Londra Nicholas Farndon vietò il mob football in città. L’effetto fu però limitato e, nonostante i numerosi arresti, le partite non si fermarono. Durante la Guerra dei cent’anni vennero posti ulteriori veti da parte dei sovrani Edoardo III, Riccardo II, Enrico IV ed Enrico V – convinti che il calcio impedisse ai sudditi di praticare il tiro con l’arco, allora obbligatorio per farsi trovare pronti in caso di battaglie – ma la maggior parte dei tentativi risultò inefficace. Il mob football rimase bandito in Inghilterra fino al 1667 da oltre una trentina di decreti reali e locali, ma spesso i cittadini ignoravano questi divieti per concedersi lo svago del prendere a calci una palla.

La rinascita del mob football avvenne negli anni della Restaurazione inglese, conseguentemente alla morte di Cromwell e al ripristino della monarchia: nel 1681 re Carlo II approvò il calcio, di cui peraltro era un grande appassionato tanto da presenziare in più occasioni agli incontri dei propri sudditi.

Gradualmente i decessi causati dai brutali atteggiamenti del passato si estinsero, ma non per questo la situazione migliorò: la totale assenza di regole portava i partecipanti a effettuare placcaggi e sferrare colpi sugli stinchi. La loro propensione allo scontro e alla sregolatezza ben si addicevano al calcio, che aveva ormai acquisito le sembianze di uno spettacolo violento, tanto per chi lo praticava quanto per chi lo guardava. Le cronache del XVII secolo raccontano infatti di centinaia di giocatori intenti a distruggere i canali di scolo e generare il caos nelle città, preludio della costante minaccia all’ordine pubblico che il calcio avrebbe assunto da lì a breve: nel 1740 un incontro a Kettering, per esempio, divenne in realtà una rivolta finalizzata al saccheggio di un granaio locale.

Il ruolo delle public school nell’epoca della rivoluzione industriale

Con l’arrivo della Rivoluzione industriale, il lavoro si spostò dai campi alle fabbriche, peggiorando – se possibile – la qualità della vita dei cittadini. Gli sport violenti come il calcio vennero stigmatizzati e bistrattati, perché giudicati responsabili degli infortuni ai danni dei giocatori che impedivano loro di poter lavorare e al tempo stesso – per scongiurare ogni possibilità di abbandonarsi ad attività ricreative che avrebbero potuto inficiare la produttività – l’orario nelle fabbriche venne aumentato a livelli disumani.

Se la working class faticava a trovare delle occasioni di svago, lo stesso non poteva dirsi per gli studenti aristocratici delle più prestigiose public school. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le public school erano – e sono tuttora – le scuole secondarie private in Inghilterra e Galles contraddistinte da un elevato costo della retta solitamente sostenibile solo dalle famiglie più elitarie.

Dalla seconda metà del Settecento il calcio cominciò a riempire le giornate dei rampolli dell’alta borghesia – di fronte all’indifferenza o in alcuni casi persino all’opposizione degli insegnanti, che si limitavano solo a punire i comportamenti scorretti – e conobbe un’arcaica forma di disciplinamento: gli incontri presero a disputarsi su campi delimitati alle estremità da due cancelli, antesignani delle odierne porte, dentro i quali lanciare la palla e fu stabilita una equa divisione dei giocatori di entrambe le squadre. La natura violenta del gioco restò però immutata, al punto tale da costituire un motivo di allarme tra gli educatori scolastici.

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Come rimarcato da Enrico Martines, docente nel Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali presso l’Università di Parma, fu Thomas Arnold, rettore della scuola di Rugby dal 1828 al 1842, a mitigare il calcio selvaggio e brutale praticato dei suoi studenti: per prima cosa rivide il sistema del prefect-fagging, ossia il potere concesso dai vertici scolastici ai ragazzi tra i sedici e i diciotto anni sugli alunni più giovani, di cui i più grandi si servivano come servitori personali. Si adoperò affinché questa libertà fosse esercitata per il bene comune e non diventasse sinonimo di licenza incondizionata a compiere abusi, torture e umiliazioni. Arnold gestì personalmente la selezione dei prefect, individuando gli elementi che garantivano leadership morale ed erano consapevoli del fatto che l’autorità comportava la responsabilità. A loro venne delegata anche l’organizzazione e la gestione delle attività ludico-ricreative degli studenti. Il prefect-fagging divenne uno strumento di controllo sociale con cui Arnold legittimò il calcio sotto una nuova veste, spingendo gli scolari a formalizzare una serie di regole per governarlo. Il senso dell’onore e della lealtà erano fondamentali: la competizione poteva essere rude e virile, ma non doveva mai sfociare in rissa o in atteggiamenti antisportivi o scorretti. Il disordine e l’aggressività incontrollata vennero riformati, e gran parte dell’enfasi venne posta sulle neonate qualità signorili dello sport e sul suo ruolo essenziale nel processo generale di costruzione del carattere dando un’importanza preponderante all’insegnamento religioso e morale.

Prima ancora nella scuola di Rugby si era sviluppato l’omonimo gioco che originariamente non era nemmeno troppo dissimile dal calcio per via dell’utilizzo promiscuo di mani e piedi che ne rendeva difficile la differenziazione. Stando alla tradizione, nel 1823 lo studente William Webb Ellis avrebbe preso la palla tra le mani e, contravvenendo alle regole del tempo, avrebbe cominciato a correre in avanti e dato i natali alla tradizione del rugby football, opposta a quella del gioco che privilegiava l’uso dei piedi.

Ma al di fuori delle public school le partite continuarono a generare disordini a causa dell’abitudine dei giovani della classe operaia di affollare in maniera inappropriata gli spazi pubblici – tendenza ritenuta persino pericolosa in un’epoca di forte radicalismo politico delle masse. Per loro il calcio rappresentava l’opportunità di sfogare il malcontento e socializzare con uomini provenienti da contesti sociali simili. Considerando l’assenza di regole e il numero dei partecipanti che poteva raggiungere le mille unità per squadra, spesso gli incontri andavano fuori controllo – con pericoli considerevoli sia per l’incolumità dei giocatori, sia per quella dei loro beni, case e attività commerciali. Nel 1835 la legge Highway Act proibì esplicitamente lo street football (la pratica del gioco nelle strade), pena una multa di quaranta scellini, affidando alla polizia il compito di intervenire in caso di violazione e la città di Derby introdusse addirittura delle leggi anti sommossa per debellarlo.

I prodromi del cambiamento e le prime forme di regolamentazione dello sport

Qualcosa, però, era già in divenire all’interno di una società che stava cambiando volto e che gradualmente aveva iniziato a ripudiare il sistematico ricorso alla violenza secondo quella tendenza che negli anni Trenta il sociologo tedesco Norbert Elias definirà civilizing process, ovvero un processo psicologico-sociale che porta i singoli a reprimere gli istinti e moderare i comportamenti. Stando alla sua visione, il percorso di civilizzazione nei Paesi occidentali, in questo caso in Inghilterra, era legato agli importanti cambiamenti in atto nella comunità e alla nuova funzione dello sport come strumento di autodisciplina. Riprendendo il sociologo tedesco, Martines nel volume Play the game! ha evidenziato come «il crescente potere centrale dello stato e la graduale demilitarizzazione abbiano imposto nuovi standard sociali e freni inibitori ai comportamenti della nobiltà europea». Se le varie campagne per abolire gli sport che coinvolgevano gli animali arrivarono soprattutto da una serie di correnti culturali che portarono a rivedere il rapporto uomo-natura e a ritenere che tutte le specie avessero pari diritto di esistere, al tempo stesso i moralisti pensavano che le attività ricreative del popolo come il calcio provocassero disordini, risse e danni.

Nonostante i cambiamenti imposti dai ritmi lavorativi alienanti, dall’urbanizzazione forzata e dall’intervento delle classi egemoni nel diffondere un nuovo stile di vita, i giochi tradizionali non furono mai completamente cancellati. Soltanto quelli che prevedevano crudeltà sugli animali subirono una effettiva messa al bando, seppur persistendo in forma clandestina nelle aree rurali lontano da occhi indiscreti. In queste zone non ancora intaccate dall’industrializzazione sopravvissero attività quali il quoits (il lancio di anelli verso una punta conficcata nel terreno), il bowling, la caccia alla lepre e al coniglio, le corse dei cani e le gare di volo tra piccioni addestrati. I proprietari delle miniere tendevano a conferire una certa libertà ai propri lavoratori, consentendo loro di impiegare il poco tempo libero a disposizione dandosi alla pratica sportiva e al consumo di alcolici nei pub.

Ma se nei sobborghi urbani i giochi tradizionali mantennero una discreta vitalità, parallelamente presero forma i primi accenni di sport organizzato comprensivi di alcuni elementi di modernità. Uno dei primi a dotarsi di una codificazione scritta di regole e a organizzare una sorta di campionato nazionale fu il pugilato, la cui gestione venne affidata ad aristocratici e benestanti. Nel 1743, dopo la morte di un avversario, il pugile inglese Jack Broughton definì nel libro London Prize Ring Rules una serie di norme che prevedevano l’identificazione di un ring delimitato da corde, la presenza di un arbitro per il giudizio e di un altro che controllasse il tempo e il divieto di portare colpi sotto la cintura o con l’avversario a terra.

Il canottaggio fu un altro sport che godette dell’appoggio e del consenso delle élite, configurandosi a partire dalla prima metà del diciannovesimo secolo appannaggio dei giovani iscritti alle migliori università. Gli stessi presero ad affrontarsi in eventi che avrebbero presto iniziato a riempire il calendario sportivo britannico, come la celebre regata Boat Race che nel 1829 mise per la prima volta di fronte gli aristocratici di Oxford e Cambridge.

Poi c’era l’ippica, forse lo sport che già nel Settecento aveva raggiunto il più alto grado di organizzazione e che in passato era stato particolarmente apprezzato da Giacomo I, Carlo II e la regina Anna. L’importazione in Inghilterra dello stallone arabo, la fissazione di un calendario delle corse, la nascita di appuntamenti fissi, la distinzione dei ruoli tra fantini professionisti, proprietari, allenatori e giudici di corsa e la costruzione di ippodromi vicino alle città più importanti avevano sdoganato quella che fino a poco tempo prima era rimasta a metà tra una passione sportiva popolare e un evento esclusivo. Attorno all’ippica si diffuse anche il fenomeno delle scommesse (gambling), tanto care ai nobili che amavano puntare dei soldi sui risultati delle corse. Possedere cavalli era un lusso costoso, e per questo le scommesse divennero essenziali ai fini della sostenibilità del settore horse-racing.

Come scrive nuovamente Martines, «con la messa in palio di grosse somme era di vitale importanza l’esistenza di regole chiare che non lasciassero margine di dubbio su chi avesse vinto e chi avesse perso». Gli inglesi amavano tuttavia scommettere e lo facevano sin dai tempi del Medioevo nei giochi di dadi e carte. Pur di vincere, alcuni arrivavano persino ad architettare subdoli stratagemmi, vedi il conte di March nel 1752 che – riporta ancora Martines – «asserì di poter far viaggiare una lettera per 50 miglia in meno di un’ora, impresa considerata impossibile tanto a piedi quanto a cavallo. Ma il conte ebbe un’idea originale: inserì la lettera in una palla da cricket, dispose venti cricketer in circolo lungo una circonferenza di mezzo miglia e fece lanciare loro la palla per cento volte fino a completare le cinquanta miglia e vincere la scommessa». Da qui nacquero gli Articles of Association, una convenzione di regole scritte prima di ogni scommessa per impedire qualsiasi libera interpretazione.

L’età vittoriana e la nascita dello sport moderno

Per quanto tra loro diversi nella strutturazione e negli obiettivi, tutti questi sport condividevano le sette parole chiave che lo storico americano Allen Guttmann teorizzerà nel 1978 nel volume From ritual to record: the nature of modern sports, ovvero quelle caratteristiche fondamentali che rendono lo sport moderno diversi da quanto lo aveva preceduto. La secolarizzazione, intesa come l’emancipazione dall’antica connotazione religiosa; l’uguaglianza a permettere l’accesso a tutte le categorie sociali nonché come garanzia di lealtà, parità e trasparenza; la specializzazione, basata sul principio generale della divisione del lavoro, non solo all’interno dell’attività agonistica (sport di squadra), ma anche per quanto concerne le figure attorno alla essa (allenatori, fisioterapisti, ecc.); la razionalizzazione previa stesura di regole oggettive e non più ascritte a un’origine divina e immutabile; la burocratizzazione ottenuta da una rete di strutture e apparati istituzionali incaricati di gestire i vari aspetti del fenomeno sportivo; la quantificazione, cioè la tendenza a misurare qualsiasi prestazione; la ricerca del record, con se stesso e gli altri, che spinge costantemente a sfidare i limiti umani nell’ottica di una costante miglioramento.

Il concetto di gioco stava diventando sempre più serio, governato da principi severi e puntigliosi e da un progressivo miglioramento della qualità delle performance in perfetta simbiosi con le caratteristiche della società del tempo. Scorti i primi segnali del cambiamento, mancava una svolta definitiva che coincise con l’avvento dell’età vittoriana (1837-1901), un’epoca caratterizzata dal progresso, dal lavoro, dalla stabilità e dalla fiducia delle istituzioni che portarono la Gran Bretagna ad essere la nazione più ricca e potente del mondo. Lo sport fu incoraggiato e divenne un elemento di aggregazione perché favoriva la coesione delle classi dominanti e l’identificazione collettiva di gruppi di persone alle prese con importanti mutamenti delle proprie condizioni di vita. Era in atto un vero e proprio processo di sportivizzazione, ovvero la trasformazione degli antichi loisir aristocratici in una pratica istituzionalizzata, nazionalizzata e legittimata dal sistema politico che raggiunse il culmine proprio in questa fase storica.

Gli agglomerati urbani fornirono allo sport spazio, denaro e spettatori paganti, con i residenti che ebbero a disposizione una valvola di sfogo per evadere dalle tensioni e dallo stress della vita in città. La seconda metà del XIX secolo vide l’impennata dell’industria dello sport e una stampa che ne appoggiava la popolarità delle competizioni, le quali diventarono un prodotto di consumo e trovarono un prezioso alleato nella politica: una serie di provvedimenti legislativi aumentò infatti la disponibilità di tempo libero, sia per i benestanti che per i proletari, e la conseguente possibilità di dedicarsi ad attività di svago – tra cui, per esempio, giocare e assistere alle partite di calcio.

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Il più importante di tutti fu il Factory Act del 1850 che ridusse l’orario di lavoro a otto/nove ore giornaliere e stabilì, per la prima volta, che il sabato pomeriggio fosse libero. Per impedire che le persone lo impiegassero bighellonando per le strade e accalcandosi nei bar a ingurgitare litri di alcool, le chiese, gli intellettuali, i filantropi e gli stessi titolari delle fabbriche – un tempo i principali osteggiatori degli sport – promossero la pratica di tutte quelle discipline in grado di far risaltare lo spirito di fair play e di mantenere in salute i loro dipendenti. Il lascito più importante dell’epoca vittoriana consistette proprio nella trasformazione delle attività ludico-ricreative tipiche dei giochi popolari spontanei e perlopiù folkloristici in forme di sport organizzato, retto da regole definite e condivise che presupponevano la rinuncia alla violenza e l’accettazione di principi capaci di regolare il conflitto.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo ippica, cricket e boxe furono riorganizzate tanto nella struttura quanto nella calendarizzazione degli eventi, mentre il calcio assunse un’autorevolezza mai avuta prima, diventò raffinato e rispettabile arrivando a permeare il resto della società che fino a quel momento lo aveva sempre messo alla berlina.

La distinzione tra calcio e rugby

Al resto ci pensarono gli studenti delle public school che lo esportarono nelle università. Ciascuna tuttavia lo praticava secondo versioni differenti e per questo sorse la necessità di un insieme comune di regole che furono codificate nel 1848 al Trinity College di Cambridge in un incontro tra i rappresentanti delle principali scuole inglesi. L’evento fece da anticamera alla fondazione della Football Association a Londra nel 1863 che spalancò le porte all’ingresso del gioco nella vita di milioni di persone: il calcio era stato finalmente sdoganato e sarebbe presto diventato parte integrante della routine di quella fetta di popolazione cui per troppo tempo ne era stata interdetta la fruizione. L’antico mob football rivolto ad appagare il senso di divertimento dei partecipanti era adesso diventato una competizione mirata ad accontentare quello degli spettatori.

In questo medesimo periodo anche il rugby conobbe una codificazione più marcata al fine di distinguerlo dal football. Per quanto venisse consentito placcare il giocare avversario e praticare l’hacking, cioè la possibilità di dare calcio negli stinchi, il rugby era stato a lungo considerato solo una variante del football e non una disciplina a sé stante, tant’è che molte società continuarono a definirsi football club. E quando nel 1863 si propose la messa al bando del placcaggio e della possibilità di correre con la palla in mano, sulla base delle regole dell’università di Cambridge, il gruppo di Rugby si ritirò dai lavori: poteva accettare l’abolizione del calcio negli stinchi, che in seguito in effetti sarebbe stato bandito dal regolamento, ma non il divieto di portare il pallone con le mani. Nel 1871 venti club di rugby si riunirono a Londra e fondarono la RFU (Rugby Football Union), stabilendo un regolamento unico di gioco i cui punti principali riguardavano l’abolizione dell’hacking, l’impiego della palla ovale (con l’esplicito intendimento di renderla difficilmente controllabile con i piedi) e la possibilità di correre tenendola fra le mani. Il numero dei giocatori venne fissato prima a venti e poi a quindici nella stagione 1875-76.

Lo sport fu al tempo stesso un fattore di divisione tra dilettantismo e professionismo, con conseguenti evidenziazioni delle differenze di classe, ma anche elemento di aggregazione tra persone legate da passioni e background socio-culturali comuni. Questa sfaccettatura divenne evidente soprattutto nel calcio, inizialmente concepito come svago dei gentleman della società inglese, ma presto diventato il passatempo privilegiato della classe operaia. Alla base di questo connubio che resterà una costante anche nei decenni successivi ci furono ragioni storiche e sociali.

Innanzitutto la sopravvivenza dello street football, malgrado leggi e divieti per debellarlo, permise a un numero sempre più consistente di persone di familiarizzare con il gioco. In secondo luogo subentrarono due fattori direttamente correlati alla situazione economica dell’epoca che fornirono la spinta decisiva: il sabato pomeriggio libero concesso dal Factory Act e l’aumento degli stipendi garantito dalla rivoluzione industriale. Ma le condizioni di vita e lavorative del XIX secolo per la working class non poterono mai definirsi realmente buone. Pur vivendo di alti e bassi, i lavoratori erano infelici, poveri e pessimisti riguardo il proprio futuro. Molti di loro si avvicinarono al calcio perché vi scorsero il modo per evadere dalla routine massacrante che il lavoro di fabbrica aveva imposto.

Per quanto potesse ormai essere considerato uno sport, il calcio rimaneva per prima cosa un gioco che rispondeva al bisogno primitivo dell’uomo di divertirsi. Ognuno poteva goderne individualmente o in gruppo, e fu proprio nel momento di condivisione collettiva con altre persone accomunate dalla stessa passione che nacquero le prime comunità locali di tifosi. Per chi ne faceva parte, il calcio era un amplificatore del senso di appartenenza e un conforto psicologico alle difficoltà della vita operaia e sarebbe presto diventato The people’s game, ovvero il prodotto più popolare, riconoscibile ed esportabile mai creato dagli inglesi. L’evento sportivo, sia nel football che nelle altre discipline, non si sarebbe più limitato alla sola celebrazione di giorni festivi e ricorrenze particolari, divenendo al contrario parte integrante della quotidianità di milioni di persone in tutto il mondo.

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