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Zlatan Ibrahimovic, una cosa irripetibile

Pubblichiamo un estratto del libro “Zlatan Ibrahimovic, una cosa irripetibile” scritto da Daniele Manusia per 66th and 2nd.

Il quarto gol, segnato contro il Nantes a maggio 2016, è simile. Anche il cross a rientrare di Di María dalla fascia destra è basso, stavolta però Ibra deve dare forza alla palla per mandarla verso la porta. Con un movimento della spalla destra schiaccia a terra il pallone, cogliendo di sorpresa il portiere avversario che si fa scavalcare dal rimbalzo. È un gol totalmente predeterminato, Ibrahimovic avrebbe potuto fare moltissime cose anziché colpire col petto: evidentemente era proprio così che voleva salutare il pubblico di Parigi, con un sorriso spontaneo e divertito, come se si fosse stupito di sé stesso. Quella era la sua ultima partita al Parc des Princes, dopo pochi mesi si sarebbe trasferito al Manchester United e questo sarebbe stato il suo ultimo gol se più avanti in quella partita non avesse segnato anche un secondo gol (colpendo la palla di testa sulla testa di un difensore, giusto per non farsi sfuggire l’ultima occasione di dimostrarsi semplicemente troppo superiore). 

Siamo seri. Quattro gol di petto in quattro stagioni sono troppi anche per lui. Sembra quasi che Zlatan Ibrahimovic stia cercando di dirci qualcosa, segnando con una parte del corpo che non ha usato quasi nessuno prima di lui, per fare gol. E si direbbe che vada per esclusione – non di piede, non di testa, non di tacco, non di rovesciata – per trovare i confini delle sue abilità. 

Quella intorno e dopo i trent’anni è la parte più introspettiva ma anche quella più espressiva ed emozionante della sua carriera. Il numero di gol è sempre più importante, ma è fondamentale anche come li segna: devono essere manifesti della sua unicità, elementi di una cosmogonia tutta sua. I presupposti del suo talento devono essere portati all’estremo. L’intenzione, consapevole o no, è di costruirsi da solo un monumento alla sua altezza, un Frankenstein di momenti unici, anzi assurdi nella loro unicità.  

Un ohhhhh dopo l’altro. Si tratta, cioè, di spingere in là i limiti del nostro immaginario, deformare i confini del possibile in un campo da calcio. L’Ibra maturo utilizza il proprio corpo e il proprio talento non solo per ottenere il successo sportivo – «se perdo ho fallito» resta comunque una delle sue tante frasi a effetto – ma anche per avere su di noi lo stesso tipo di influenza che hanno di solito le arti visive e la musica, come se i suoi singoli gesti in campo fossero variazioni dello stesso motivo musicale (lo scrittore svedese Björn Ranelid ha paragonato i suoi gesti a delle «improvvisazioni jazz»), oppure quadri in serie con lo stesso soggetto, come le cattedrali di Rouen dipinte da Monet sotto una luce e con una resa materica ogni volta diverse. 

Ibra è arrivato all’essenza di quegli stessi gesti, la sua conoscenza cinestetica e concettuale – il rapporto con la palla, lo studio delle traiettorie, delle linee, degli spazi, dei corpi, l’invenzione di gesti spontanei e unici – è talmente profonda che ormai esegue un’opera coerente a sé stessa, con rimandi interni e ritorni, sempre identico e diverso da sé stesso. 

Moltissimi gesti di Zlatan Ibrahimovic lontani nel tempo possono essere avvicinati. Il tacco che ha eliminato l’Italia a Euro 2004 somiglia da vicino al tacco con cui mette davanti alla porta vuota Augustinsson, suo compagno di Nazionale, nella partita contro il Kosovo giocata nel marzo 2021 e valida per la qualificazione al Mondiale dell’anno successivo. Questo secondo gesto è impreziosito dal fatto che era tornato in Nazionale dopo cinque anni di assenza, a quasi quarant’anni e con l’idea, magari, di arrivare a giocare la sua terza Coppa del Mondo. Sono due gesti tecnici eseguiti a quasi diciassette anni di distanza. In mezzo, c’è il tacco-esterno con la maglia dell’Inter: un gol dell’ottobre 2008, con la palla colpita un metro oltre il primo palo, anticipando un difensore che prova a colpire di testa. Ma c’è una differenza sostanziale tra i grandi gol segnati nei primi anni della sua carriera e quelli fatti in età matura, e riguarda proprio il modo in cui Zlatan domina. 

Se prima sembrava che avesse bisogno di giocare contro qualcuno – sarebbe meglio dire contro tutti – da un certo punto in poi si direbbe stia facendo gol per qualcuno, e forse per sé stesso. Col passare del tempo il talento di Ibrahimovic si è spogliato di qualsiasi rancore e la sua è diventata una forma di superiorità imperturbabile. Basta guardarlo da vicino mentre tira un calcio di rigore in quegli anni, con le due piccole cicatrici sullo zigomo sinistro di cui non ha mai rivelato l’origine (anzi, al giornalista che ha osato domandare ha risposto: «Chiedilo a tua moglie») ben in evidenza, per intuire le mura altissime e il fossato con i coccodrilli dietro cui protegge i suoi pensieri; la concentrazione di Zlatan è assoluta. Anche quando il suo ex compagno Júlio César lo provoca mostrandogli la lingua (alla fine della stagione 2011-2012, nel derby perso 4-2 che è costato il campionato al Milan), lui sembra intoccabile, non alla sua portata. 

«Da ragazzo voleva a tutti i costi essere il migliore, mettersi sempre in mostra,» dice Lars Lagerbäck, l’allenatore che lo ha fatto esordire nella Nazionale svedese quando aveva diciannove anni «ancora oggi vuole essere il migliore, ma in modo più rilassato». La sua arroganza è diventata una forma di contemplazione della sua stessa grandezza: Ibrahimovic che medita su Ibrahimovic; Ibrahimovic che stupisce Ibrahimovic. 

Che ci siano sfumature interne consapevoli al gioco di Ibrahimovic, e quindi che la sua sia una ricerca è facilmente dimostrabile prendendo due azioni dalle prime due stagioni con la maglia del Paris Saint-Germain. 

Il 21 dicembre 2012, a Brest, dopo aver segnato il primo gol della partita (finita 3-0 per il Psg), Ibra va vicino al secondo con un’acrobazia da togliere il fiato. Il terzino destro, Jallet, mette in area un cross che arriva leggermente dietro rispetto alla sua corsa, allora Ibra si lancia in aria, si avvita su sé stesso e colpisce la palla con il tacco esterno. Al volo, all’altezza della testa del difensore Martial (che va bene è un po’ piegato ma è alto un metro e ottantaquattro). Nel replay sembra restare sospeso a mezz’aria finché la palla non arriva sul suo piede, ed è eccezionale anche l’avvitamento che compie: quando colpisce la palla Zlatan guarda verso il basso, quando atterra lo fa di schiena. Poi si alza con la maglia e i pantaloncini sporchi di fango bretone. Sarebbe stato uno dei suoi gol più belli di sempre, ma la palla finisce di poco al lato del palo più lontano, e forse per questo lui non sembra compiacersi in nessun modo di quel gesto eccezionale.

Il 19 ottobre 2013, nella partita vinta 4-0 contro il Bastia, Ibrahimovic segna un gol con un gesto molto simile. A settembre aveva ritoccato il proprio ingaggio passando da dodici a quattordici milioni l’anno, e pochi giorni prima, in assenza di Thiago Silva aveva indossato per la prima volta in assoluto la fascia da capitano del Paris Saint-Germain (contro il Benfica in Champions League, partita finita 3-0 in cui ha segnato due gol). Contro il Bastia, Zlatan fa due gol in tre minuti, dopo neanche un quarto d’ora di gioco, il primo dei quali con un colpo di tacco-esterno in torsione, che i francesi chiamano «aile de pigeon» e tutti gli altri «scorpione»; in questo caso sembra più accurata la seconda metafora, perché Ibra colpisce la palla quando è alle sue spalle, con una specie di colpo di coda. 

Il cross di Lucas viene deviato da Matuidi, la palla si impenna e spiove al centro dell’area, proprio nella zona di Ibra che, stavolta con i piedi ben piantati a terra, colpisce la palla con la superficie laterale del piede mandandola nell’angolo più lontano rispetto al portiere, con grande precisione. Nel momento in cui calcia il pallone ha un difensore aggrappato alla schiena, il corso François Modesto (alto più di un metro e ottanta), che Zlatan tiene lontano dalla palla con il bacino e con il gomito, e anticipa colpendo la palla in un punto più alto dei suoi fianchi, sopra il metro e mezzo di altezza. Tutto il corpo è impegnato a tenersi in equilibrio sul posto resistendo alla pressione di Modesto, solo il piede va verso la palla. 

Quello di Brest era stato un gesto necessario, l’unico modo in cui avrebbe potuto colpire una palla che altrimenti gli sarebbe scivolata alle spalle; quello contro il Bastia è premeditato. Eseguito con freddezza e calcolo, come se i muscoli avessero memoria dei singoli gesti tecnici e non solo degli sforzi, e quando a riposo ci ragionino sopra. Come i tentacoli dei polpi, dotati di neuroni, anche le gambe e i piedi di Ibrahimovic, il suo tacco, il suo esterno, sono un cervello a parte. «Non perderò mai il mio istinto» ha detto l’estate dopo, parlando di quel gol. «È stato pura spontaneità. Non era pianificato, o pensato. È semplicemente successo». Il che ci dice soprattutto come Zlatan viva quei momenti, piuttosto che come effettivamente avvengano. 

Qualche anno dopo, Modesto ha confessato che non gli piaceva l’atteggiamento di Ibrahimovic in campo, che lo trovava «pretenzioso», con «un’aria di superiorità» (anche se poi vedendo un documentario sulla sua storia ha capito perché si comportava così, e Modesto si è detto «commosso»). Julien Sablé, centrocampista francese in panchina per il Bastia quel giorno, ha detto che quel gol è stato un momento di «grande arte» e di averne parlato con i propri compagni, nei giorni successivi, anche con Modesto, e di averlo apprezzato insieme a loro: «Io di solito preferisco i gol segnati su una bella azione collettiva, ma questo è uno dei più bei gol che abbia mai visto». 

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