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Anche se lo vediamo di mezzo profilo, leggermente girato di spalle, dalla prossemica si intuisce che sta richiamando all’ordine, con le movenze del Generalísimo timido, ma risoluto. Indica le posizioni da tenere disegnando ghirigori che invitano alla calma, comunicano misura, e allo stesso tempo infondono trasporto. Con una mano si gratta leggermente la testa, la gestualità di chi è in imbarazzo, o sta cercando la soluzione a quello che – non a caso – prende il nome di grattacapo. E ne sta scorgendo la soluzione, quasi senza riuscire a capacitarsene.

Quando il pallone arriva sui suoi piedi lo sfiora con un tocco leggero, meno preciso di quanto vorrebbe, e la sfera rotola tra i piedi di un avversario. Il novantesimo è già passato da un pezzo, gli ultimi secondi scandiscono inesorabili. Aggredisce il portatore, affonda in un tackle – inopportuno? – che lo lascia in ginocchio. Il triplice fischio lo coglie così: Lionel Messi esulta, e la sua è un’esultanza ragazzina, liberatoria. Poi le mani scivolano sul volto. Non vediamo lacrime, obnubilate da maglie albiceleste che sommergono il capitano. 

Quando osservo questa scena, nel silenzio di una hall deserta di un albergo al mare, sono le quattro del mattino, più o meno. 

Lionel Messi – sarebbe più preciso dire l’Argentina, ma nessun istante è mai stato più metonimico – ha appena vinto la Copa América. La prima, per l’Albiceleste, dopo ventotto anni. Ma soprattutto: la prima, per lui. Ed è come se qualcosa mi scivolasse via dallo stomaco, sbrodolando.

L’esultanza – ovviamente lo è ogni esultanza, ma questa in misura addirittura maggiore -, dicevamo, è liberatoria. Dopotutto Lionel si sta scrollando di dosso quintali di stratificazioni malmostose: giudizi, accuse, malignità. Ha rischiato di finirne impantanato, certo, ancora una volta: a pochi minuti dallo scoccare del novantesimo della finale di Copa América con il Brasile, Rodrigo De Paul lo ha imbeccato con un filtrante geniale, chiudendo una triangolazione alla quale lo stesso Messi aveva dato il la, mettendolo di fronte a Ederson, alla possibilità di fare la storia, e chissà, alla sua stessa fallibilità.

Il 13 Luglio 2014 l’Argentina sta giocando la finale del Mondiale, contro la Germania. Il palcoscenico è sempre il Maracanã di Rio de Janeiro. Sarà la prima di tre finali filate, una per estate, che l’Albiceleste fallirà. Ma in quel momento nessuno può saperlo, tantomeno Lionel Messi, che all’inizio del secondo tempo ha la possibilità di stendere i tedeschi (la seconda di tre opportunità, centrale rispetto alle due di Higuaín e Palacio): il filtrante di Biglia lo coglie leggermente defilato sulla sinistra, una posizione dalla quale il suo mancino, spesso, non ha lasciato scampoli al perdono. Eppure il diagonale, leggermente strozzato, sfila al lato del palo lasciato scoperto da Manuel Neuer.

Per Lionel Messi, in Lionel Messi, grandezza e fallibilità hanno spesso viaggiato su binari paralleli, non necessariamente tangenti, se non quando si è trovato a indossare la maglia della Selección. Eppure, nei momenti davvero topici, soprattutto con la Selección, i due elementi si sono fusi in una lega inevitabilmente indigesta. Come ha potuto, il suo sinistro capace di tocchi impensati, fallire l’appuntamento con la rete nella finale del 2014? Come lo ha potuto tradire, scagliando oltre la traversa il rigore nella finale di Copa América Centenario di due anni più tardi? 

La caducità umana, la fragilità spesso travisata, in un contesto ipermachista come quello della società calcistica argentina, per dimostrazione di pavidità, la radice di tutti i pechofrío che gli è toccato in sorte di dover subire, ha sempre finito per stridere con le sue prestazioni più at large. In fin dei conti, nel 2014 è stato pur sempre nominato miglior giocatore del torneo. Lo è stato, incontestabilmente, addirittura nominato in pectore ancor prima della finale, anche di questa Copa América. Se non fosse incespicato sul pallone, ipnotizzato dall’uscita di Ederson, se avesse mantenuto l’equilibrio, magari gelato il portiere brasiliano con una finta, depositato il pallone in rete: di colpo ci saremmo trovati di fronte a un altro Lionel Messi, onnipotente, tonitruante, implacabile e spietato, vero villain?

 

Martín Caparrós, subito dopo la vittoria, mi verrebbe da dire nonostante la vittoria, non è stato per niente delicato con Leo. «Sono anni che non vince campionati importanti, coppe importanti. C’è di più: da qualche anno non termina neppure come dovrebbe la maggior parte delle sue giocate. Dove prima era quasi infallibile, ora fallisce senza sosta». Caparrós, diciamocelo chiaramente, non è che l’archetipo – magari giusto un pizzico culturalmente più elevato – dell’hombre de la calle: pensa di Messi quello che si pensa sui taxi, davanti ai chioschetti di choripán (se qualcuno potesse prendere i taxi o permettersi un choripán, in quest’epoca pandemica). Eppure, in qualche modo, proprio come ogni hombre de la calle, lo ha rivalutato sulla scorta dell’impegno, dell’altruismo, dell’abnegazione: «non è riuscito a terminare neppure una giocata, però ha corso e lottato su molte palle e non si è mai dato per vinto e ha gridato e ha incitato e ha fatto vedere per bene, ciò che voleva». 

La grandezza, in Messi, per Messi, allora, ha finalmente trasceso la fallibilità?

«Ha finito di ritagliare la sua nuova immagine: con una manovra perfetta ha lasciato palla a De Paul, ha ricevuto il passaggio di ritorno solo davanti al portiere e ha voluto fare Messi: ha voluto metterlo a sedere con una finta, lo ha messo a sedere, e quando doveva solo tirare è scivolato col culo per terra». Ed è curioso: «ora che non è perfetto, vince».

Si sarebbe preso, se avesse segnato quel gol, oltre al titolo di capocannoniere e MVP della Copa, molto probabilmente, i ricordi sempiterni degli argentini. Il gol dopo aver messo a sedere Ederson avrebbe soppiantato il primo controllo e pallonetto a seguire, forse la vetta estetica più alta della partita, del Fideo Di María (peraltro c’è una storia divertente: Mascherano, dopo la semifinale, sembra abbia detto a Di María che sarebbe stato l’uomo decisivo, e avrebbe segnato un gol bellissimo, che il Fideo, per schernirsi, avrebbe accostato a quello della Finale per l’oro olimpico di Pechino – sempre un pallonetto). 

Avrebbe lasciato in ombra la Copa misurata, e allo stesso tempo abbacinante, di De Paul, dello stesso Di María (che delle tre finali perse di fila non ne aveva giocata neppure una, sempre per colpa di infortuni improvvidi), di Lautaro, del Cuti Romero, addirittura di Emiliano Martínez, il portiere rivelazione, uno che per giocarsi questa Copa si è perso la nascita della prima figlia e che ha dichiarato che per il suo capitano darebbe la vita, morirebbe per lui.

Quella di Messi non è stata una vittoria per la sua squadra, ma un trionfo con la sua squadra: è stato come un prisma che ha raccolto in sé tanti fasci di luce per restituirne l’iridescenza. 

Si è presentato pieno di privazioni, incertezze, eppure una volontà solida. 

Si è tolto la barba, ha cantato l’inno, ha riso in campo: si è tolto di mezzo l’aura di indolenza, insofferenza, che lo ha reso inviso alla sua stessa gente.

Si è presentato a questa Copa senza Barcellona, senza una squadra di club, di fatto, spogliato della sua essenza primigenia: come se dovesse dimostrare che questo torneo lo stava giocando per sé, per sé e solo per sé, e in seconda battuta per la camiseta albiceleste.

Le migliori giocate che ha deciso di condividere sui suoi social sono ovviamente reti (bellissimi, i due calci di punizione con Ecuador e Cile, ma anche il pallonetto con la Bolivia), ma soprattutto assist, passaggi smarcanti, tutto quanto c’è di più testimoniale di quella che in un altro pezzo, prima della finale, avevo definito masaniellizzazione: il suo cioè farsi capopopolo, trascinatore, doriforo di un entusiasmo diffuso. In fondo, forse, l’interpretazione più azzeccata, l’applicazione più riuscita del suo personale e intimo Metodo Stanislavskij, del ruolo di Capitano.

Prima di giocare sotto la guida di Scaloni, nei tredici anni di militanza con l’Albiceleste Messi aveva avuto otto allenatori diversi. Eppure con nessuno, come con Scaloni, come con lo staff di Scaloni, ha mai messo in mostra appieno la sua – mi si passi il neologismo, al quale darò il significato di capacità di trasformare la sua fallibilità in grandezza – Messitude.

Nello staff di Scaloni c’è Pablo Aimar, l’idolo di gioventù di Messi. Aimar si è formato alla scuola di Pekerman, secondo cui «si gioca per creare buoni ricordi».

Con Scaloni, con Aimar, in questa Copa América, Messi sembra aver perso quel sentimento di costrizione, quella parvenza di avvertire le responsabilità di guidare l’Albiceleste come un fardello insostenibile, che gli ha poi attirato negli anni la slavina di critiche che lo ha spinto, dopo le tre finali perse consecutivamente, al ritiro momentaneo. Attorno a sé ha fatto sì che si cristallizzasse un nugolo di motivazioni, giovialità, serenità. È sembrato in pace con se stesso. In fin dei conti, facendo suo un dettame espresso proprio da Aimar in un’intervista recente a The Coaches Voice: «il calcio è un gioco basato su buon senso e pace».

Messi, insomma, ha finalmente alzato il suo primo trofeo internazionale con l’Albiceleste il 10 Luglio. 

Cinque anni fa, sempre di 10 Luglio, anche Cristiano Ronaldo aveva alzato il suo primo trofeo con la Nazionale. In entrambi i casi è successo che la vittoria arrivasse da underdog, e in casa dei padroni di casa. Che il dieci, e il sette, siano i numeri di maglia dei due è parso a tutti un corollario minore, per quanto non meno suggestivo.

I numeri, piuttosto, sono importanti sul serio: e per avere una misura reale della magnitudo con la quale lo tsunami Messi si è abbattuto sulla Copa América basterebbe scorrere il numero non solo di gol e assist (Messi è stato capocannoniere del trofeo, oltre che il giocatore che ha contribuito maggiormente allo score offensivo della sua squadra, con nove partecipazioni su dodici), ma anche di key passes (22), chances create (21), dribbling vincenti (36), tiri (28) e tiri nello specchio della porta (11): i numeri più alti della competizione, tout court.

Messi è stato, sempre per dirla con le parole di Aimar, «il giocatore che inventa qualcosa di diverso quando tutto è monotono». Messi ha restituito felicità perché di felicità era intriso. E il calcio, nella sua essenza più primitiva, non è che quello: emozione e immaginazione.

Di questo trionfo argentino, che sono sicuro negli anni finirà per stratificarsi sotto una coltre di veli di memoria che ce lo restituirà come il primo (o chissà, l’unico) trionfo di Messi per l’Argentina, ho fisse in mente tre immagini, che mi sono comparse sulla timeline dei social mentre l’alba sorgeva da mare, cogliendomi ancora immotivatamente inebriato.

La prima è l’immagine di Lionel, seduto a centrocampo, con uno smartphone tra le mani. Sta parlando con la moglie, ma il punto è che per troppe volte gli è toccato sedere sul prato, a fine partita, con la testa tra le mani, privo dell’orgoglio di alzare lo sguardo da terra.

Mi è parso, in qualche modo, giusto. Di quella giustezza che hanno i desideri anelati da tempo, che le bizze del destino t’hanno sempre privato. 

La seconda, ovviamente, è la celebrazione collettiva che i compagni di squadra gli hanno tributato lanciandolo in aria. Mi ha ricordato la foto, massimamente géricaultiana, scattata dopo la remuntada impensabile con il PSG nella Champions League del 2017. In quello scatto, però, Messi sovrasta il resto del mondo, lo domina. Nell’esultanza con il lancio in aria, al contrario, è come se i compagni ne avessero catturato la doppia essenza, terrena ed eterea, in bilico tra le quali si muove, con l’abilità funambolica di Philippe Petit sospeso tra le due Twin Towers, la percezione di Lionel Messi.

«Grazie Dio per tutto ciò che mi hai dato, e grazie per avermi fatto argentino!!!», ha scritto qualche ora dopo sul suo profilo Instagram, come didascalia alle foto della sua celebrazione.

Uno sfoggio retorico assolutamente coerente, chi siamo noi per addebitarglielo? Come ha scritto sempre Caparrós, «la patria, questa sciocchezza, nella sua versione più sciocca – una squadra di calcio – ancora funziona. Mi dispiace, ma me la godo».

La terza e ultima immagine che ci rimarrà impressa, infine, credo sia quella della vicinanza tra Messi e Neymar. Cioè tra i due calciatori più forti delle Americhe, ma anche tra i più forti al mondo in assoluto. Non l’abbraccio quasi istituzionale del dopogara, quello sarebbe potuto essere anche un gesto di cortesia dovuto tra i due capitani: io penso alla foto rubata quando i festeggiamenti non erano più affare solo dei calciatori, ma di staff, dirigenti, quando la Copa era già stata alzata al cielo, quando tensioni, gioia, delusione stavano già confluendo nello stesso brodo cosmico di benevolenza ecumenica.

L’incontro tra due amici che si vogliono molto bene prima della doccia alla fine della partita di calcetto del mercoledì: questa è la sensazione che mi suscita quello scatto. L’ingenuità fanciulla di non dover a tutti i costi sovraccaricare la propria storicità, nel bene e nel male. 

In quell’istante, sospeso a mezz’aria tra il campeggiare sull’Obelisco del Monumento alla Bandera di Rosario e la reiterazione (stavolta per bocca di Mario Kempes) di un’incomparabilità presunta con Diego Armando Maradona – della quale forse Messi dovrebbe prendere atto, a patto che gli sia mai davvero interessato qualcosa -, Lionel è l’essenza stessa del calcio, della gioia, spogliato del dramma di ecce homo, addirittura oltre la sardonicità del christus triumphans. 

Un uomo, in finale, felice. Realizzato.

Forse, più che di Messi, la vittoria in Copa América ci sussurra qualcosa – di cui dovremmo far tesoro – di come dovremmo imparare a percepire, da questo momento in poi, Lionel Messi. Ma questo, forse, alla fine della fiera, è sempre stato solo un problema tutto nostro.

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