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La riconciliazione tra Mancini e la Nazionale

Ogni grande numero 10 italiano degli ultimi trent’anni è un’istantanea di almeno un tonfo e un trionfo della Nazionale, Baggio su tutti: dalla gimkana tra i cecoslovacchi a Italia ‘90 al tiro all’ultimo respiro con la Nigeria fino al rigore di Pasadena e oltre. Totti, la cui forbice va dal cucchiaio a Van der Sar allo sputo a Poulsen. Del Piero, che si divora i due gol che potevano chiudere la finale di Euro 2000 con la Francia e sei anni dopo sigilla la semifinale del Mondiale 2006 inchiodando sotto al sette i tedeschi. Zola che – a Euro ‘96 – si fa parare un rigore decisivo da Köpke all’Old Trafford e poi si rifà, un anno dopo, a Wembley con l’Inghilterra.

C’è un po’ di gloria e polvere perfino per Cassano, il talento più inespresso e bizzoso di tutti, che nel 2004 piange in campo dopo un gol segnato, eliminato dal chiacchierato 2-2 tra Svezia e Danimarca, e otto anni dopo, a Varsavia, balla in mezzo ai tedeschi prima di consegnare uno di quei palloni “basta spingere” sulla testa di Balotelli.

In questa raccolta di figurine azzurre manca solo Roberto Mancini, che un vero momento decisivo in Nazionale non lo hai mai vissuto, non lo ho mai creato, sempre ai margini del gruppo e di sé stesso. Sembra impossibile per tutto quel che ha fatto nei club, eppure in maglia azzurra resta solamente quell’esultanza rabbiosa rivolta ai suoi critici dopo il gol alla Germania Ovest nella prima partita di Euro ’88. Ma il gol che se lo ricorda? Quanto è importante per il racconto dell’Italia calcistica, in un Europeo che – seppur giocato molto bene – ci vide buttati fuori senza appello in semifinale dall’Unione Sovietica? Poco o niente.

Mancini è il primo a saperlo, visto che il giorno in cui diventò ufficialmente CT dell’Italia, nel maggio 2018, disse chiaramente che voleva ottenere i risultati e le gioie che non era riuscito a raggiungere da calciatore. Lo ha ripetuto anche prima della semifinale e della finale dell’Europeo. E chissà quante altre volte nella sua testa dal maggio del 1984, il mese in cui tutto iniziò e finì per la prima volta.

La Nazionale di Enzo Bearzot era campione del mondo in carica, ma soprattutto vecchia e stanca: aveva fallito la qualificazione all’Europeo dopo un girone sciagurato in cui aveva vinto una sola partita, l’ultima, inutile, contro Cipro (pareggiando 1-1 all’andata in tempi in cui Cipro era la Gibilterra di oggi) e faticato oltremisura con le altre. Già solo leggere la classifica finale dà l’idea e le proporzioni della disfatta: Romania 12, Svezia 11, Cecoslovacchia 10, Italia 5, Cipro 2.

C’era però un Mondiale da preparare, senza patemi, visto che l’Italia era qualificata di diritto come campione in carica. Nei due anni che rimanevano da lì a Messico ’86, Bearzot provò a inserire – con alterne fortune – alcuni nomi nuovi: Ancelotti, Bagni, Battistini, Sabato, Righetti, Fanna, Galderisi, Di Gennaro, Giordano. Durante la tournée americana del maggio 1984 il nome più nuovo era così nuovo da non sembrare vero per un’Italia abituata – allora come oggi – a lasciare i giovani in perenne attesa: Roberto Mancini, talento della Sampdoria all’epoca appena diciannovenne.

Aveva esordito in serie A, a sedici anni, il 13 settembre 1981 con la maglia del Bologna nella gara casalinga col Cagliari finita 1-1. Giocò tutte e 30 le partite del campionato segnando 9 reti in un calcio dove si segnava pochissimo. Il Bologna andò in B, ma lui restò in Serie A, acquistato dal presidente della Samp Paolo Mantovani nella stessa sessione di mercato che vide arrivare a Genova campioni conclamati come Trevor Francis e Liam Brady. Insieme i due costarono a Mantovani 3 miliardo e mezzo di lire. Mancini, da solo, ne costò 4, più un giro di giocatori in direzione Bologna dai nomi non proprio altisonanti: Brondi, Galdiolo, Logozzo, Roselli e Sella.

Il primo gol con la maglia della Samp arriva in una gara di Coppa Italia contro il Brescia, il 1° settembre 1982, dopo essere entrato al posto di un ex della Lanerossi Vicenza che a leggerlo oggi sembra quasi un refuso: Paolo Rosi, con una “s” sola.

Un anno e mezzo dopo quel gol, quando fu convocato per la tournée americana dell’Italia, Mancini – titolare inamovibile della Samp di Renzo Ulivieri (uno che tempo dopo, a Bologna, ebbe a che fare anche con Baggio) – era una scommessa già vinta. Sulla panchina della Primavera della Samp quell’anno, c’era Marcello Lippi, uno che col tempo si ritroverà ad allenare tutti gli altri grandi 10 italiani della sua epoca, ma non lui.

L’esordio in Nazionale di Mancini è il 26 maggio 1984, al Varsity Stadium di Toronto contro un Canada non irresistibile, ma capace comunque – di lì a poco – di qualificarsi per il Mondiale messicano. L’Italia vince 2-0 con gol di Altobelli e Battistini, Mancini entra nell’intervallo al posto di Bruno Giordano e gioca una gara senza squilli, un po’ come tutti. Quando chiedono di lui a Bearzot, il CT lo coccola e si dice soddisfatto.

Lo rimette in campo – sempre nei secondi 45 minuti, sempre al posto di Giordano – nella gara di quattro giorni dopo, al Giants Stadium, contro gli Stati Uniti, in una formazione altamente sperimentale. Finirà 0-0. Giocherà così così l’Italia, così così Mancini. “Così così” resterà il modo più rapido ed esatto per descrivere le sue partite in Nazionale: mai malissimo, mai benissimo. Mai il Mancini che in blucerchiato incantava Marassi.

Tutto naufragò per la prima volta a New York, fuori dal campo, quando non c’era più niente e nessuno con cui giocare. L’Italia alloggiava in un albergo con vista su Central Park, Mancini smaniava dalla voglia di fare qualcosa in città e quando Gentile e Tardelli gli chiesero se volesse andare anche lui a ballare e bere qualcosa allo Studio 54 non ci pensò due volte.

Il locale era il ritrovo del jet set di quegli anni; se ti vengono in mente tre celebrità a caso degli anni Settanta-Ottanta, almeno due ci sono state: John Lennon, David Bowie, Mick Jagger, Barbra Streisand, Liza Minnelli, Andy Warhol, Salvador Dalì, Pelé… e pure Mancini, che quella volta tornò in hotel alle 6 di mattina in compagnia di Tardelli. Fermato da Cesare Maldini prima di rientrare in stanza, venne poi preso da parte da un Bearzot furioso, che gli dirà «puoi fare anche 40 gol a campionato, ma non ti convocherò mai più». E così fu.

Il Mondiale 1986, che pareva scontato vista la parabola da predestinato di Mancini, divenne la prima occasione persa per una ragazzata di troppo e una telefonata di meno. Tempo dopo, infatti, quando Bearzot non era più CT, incontrò Mancini e gli disse: «Se solo mi avessi telefonato per chiedere scusa ti avrei richiamato, non aspettavo altro». Il Mancio giura che non lo fece per timidezza e per il troppo timore reverenziale nei confronti del selezionatore azzurro con la pipa. Resta il fatto che per rivedere Mancini con la maglia della Nazionale bisognerà aspettare più di due anni e il secondo fallimento consecutivo di Bearzot, il Mondiale messicano (fuori malamente con la Francia agli ottavi dopo un girone sottotono).

Quell’avventura balorda ai margini del Mundial targato Maradona portò all’avvicendamento in panchina con Azeglio Vicini, CT dell’Under 21 che – con Mancini in campo – sfiorò il titolo europeo perdendo ai rigori con la Spagna. A decidere il doppio confronto con gli spagnoli sarà sì Roberto, ma non Mancini. Roberto e basta, centrocampista del Valencia, autore del gol del 2-1 nella gara di ritorno a pochi minuti dalla fine, che rimette le cose a posto dopo il 2-1 dell’Italia all’andata, e primo rigorista di una sequenza fin troppo semplice e netta: tre tiri tre gol per la Spagna. Tre errori su tre per gli azzurri.

In quell’Italia bella e sfortunata c’era l’ossatura della Nazionale del futuro: Zenga in porta, Ferri e Maldini in difesa, Giannini, Berti e De Napoli a centrocampo, Donadoni all’ala, Mancini e Vialli in attacco. Il 10 della Samp era uno dei più esperti in quella squadra, avendo giocato nell’Under anche nel biennio precedente. Eliminato in semifinale dall’Inghilterra due anni prima, Mancini delude nella doppia finale sostituito da Baldieri nella gara d’andata.

Per Vicini, però, il fantasista della Samp è una certezza. Lo convoca e lo sostiene fin dalla sua gara d’esordio da CT della Nazionale maggiore, contro la Grecia, mettendolo in campo, sebbene per soli 17 minuti (al posto di Altobelli). Quella partita ha un tabellino che sembra un errore di battitura: 2-0 per l’Italia, doppietta di Bergomi con due splendidi tiri da fuori area.

Mancini scompare per qualche partita e poi ricompare in un’amichevole con la Germania nell’aprile 1987. Da quel momento sarà sempre in campo, prima regolarmente sostituito, poi da subentrante, infine da titolare inamovibile. In quelle ultime partite di qualificazione e poi di avvicinamento a Euro ’88 segnano tutti: Vialli, soprattutto, e poi Altobelli, Giannini, De Napoli, De Agostini, ancora Bergomi, due volte, e perfino Ferri, lo stopper specializzato in autogol. Lui mai. 

Quando l’Italia di Vicini va in Germania Ovest a disputare gli Europei, Mancini – che segna in media nel suo club 9 reti a stagione – ha giocato 13 gare con la Nazionale e non ha ancora segnato un gol. Nell’ultima partita pre-Europeo, con Mancini titolare, l’Italia perde 1-0 a Brescia con il Galles: gol di Rush. I giornali sportivi, che avevano fin lì apprezzato il gioco e i risultati del nuovo corso italiano, iniziano a criticare il CT e spingono per un’Italia senza Mancini: c’è chi vorrebbe al suo posto lo stagionato Altobelli, chi il freschissimo Rizzitelli, astro nascente del Cesena.

Vicini non cambia idea e nella gara d’esordio dell’Europeo, a Düsseldorf, contro i padroni di casa, la coppia d’attacco titolare resta quella della Samp: Vialli-Mancini. Dopo un buon primo tempo con poche occasioni, al settimo minuto della ripresa Donadoni recupera palla sulla fascia destra a ridosso della riga di fondo, dopo un pasticcio difensivo dei tedeschi. In mezzo all’area – da solo – c’è Mancini, che, quasi in scivolata, infila rasoterra sul secondo palo il portiere tedesco Immel. Un gol facile, non facilissimo. Mancini scansa i compagni che corrono ad abbracciarlo e va sotto la tribuna stampa a inveire contro chi lo voleva lasciare fuori dall’undici titolare. I tedeschi pareggiano cinque minuti più tardi con Brehme, grazie un fallo a due in area di quelli che ormai non si fischiano praticamente più. Motivo: Zenga ha tenuto il pallone in mano per troppo tempo.

Finisce 1-1 e sia Mancini che l’Italia escono bene dal confronto con i tedeschi, ma nonostante il gol l’eroe di giornata è un altro, Roberto Donadoni, che sulla Gazzetta dello Sport prende 7,5. A Mancini spetta un 6,5 con queste motivazioni: «Finalmente ha risolto la sua questione personale con il gol, ci voleva proprio e il suo gol poteva anche decidere a nostro vantaggio sia la partita sia la qualificazione alle semifinali. Una gara controversa, nel primo tempo era apparso ancora un po’ indeciso però l’azzurro ha corso e ha combattuto su tutti palloni senza fermarsi mai». Il Corriere dello Sport alza il voto a 7 e dice «Ora che ha rotto il ghiaccio, potrebbe fare scintille. Ha tutte le qualità per imporsi come stella degli Europei». Non andrà così, andrà così così.

Quel gol resterà l’unico del suo Europeo e le partite del girone con Spagna e Danimarca non saranno all’altezza della prima. Anzi, con gli spagnoli – sullo zero a zero – si divora un gol di testa a due passi dal portiere, poi a rubargli al scena ci pensano il solito Donadoni, immarcabile, Vialli che segna la rete della vittoria con uno splendido diagonale e Altobelli, decisivo con un suo velo nell’azione del gol appena sei minuti dopo l’ingresso in campo. Al posto di chi? Mancini.

Nel 2-0 alla Danimarca è di nuovo l’anello debole dell’attacco azzurro e lascia il posto ad Altobelli a metà secondo tempo. Nella semifinale contro i sovietici, l’Italia soffre oltre l’immaginabile e il primo sacrificato, all’intervallo, sarà ancora Mancini. L’Urss, che con noi sembra un carro armato, si andrà a schiantare contro gli olandesi in finale, l’Italia esce sconfitta, ma fiduciosa in vista del Mondiale del 1990, che giocherà in casa.

Mancini, che già fatica a trovare una sua collocazione in azzurro vede intanto esplodere la stella di Roberto Baggio, in un periodo in cui nessuno dei numeri 10 italiani era paragonabile a lui per classe ed efficacia. Erano gli anni in cui tutto il meglio, in quel ruolo, veniva da fuori: Maradona, Platini, Matthaüs, Gullit, mentre tra gli italiani il meglio si fermava a Di Gennaro e Magrin (ribattezzato alla francese Magrén quando la Juve provò a usarlo come sostituto di Roi Michel).

Più la Nazionale si avvicinava al Mondiale e più aumentava la concorrenza: a far coppia con Vialli, diventato inamovibile, si alternano Rizzitelli, Borgonovo, Serena, Carnevale e Baggio. Mancini, che alla Samp fa sempre meglio, esce al 46’ della prima gara post-Europeo con la Norvegia e per un anno non si rivede più. Gioca un tempo in amichevole con l’Argentina, venti minuti con l’Olanda. Sempre così così. Nel frattempo vince, da protagonista, la Coppa delle Coppe con la Samp. Vicini lo convoca e dice anche che potrebbe essere una delle sorprese di Italia ’90. La vera sorpresa è che Mancini non giocherà nemmeno un minuto, nemmeno un cameo nella finale terzo-quarto posto dove Vicini lascia un po’ di spazio alle riserve. E anche il secondo Mondiale che avrebbe potuto vivere da protagonista è andato.

Tra i convocati dell’Italia c’erano sei attaccanti: Vialli, Schillaci, Baggio, Carnevale, Serena e Mancini. Giocheranno tutti, fuorché lui. E lui, senza troppi peli sulla lingua, dirà che giocare nella Sampdoria e non in una grande storica lo ha penalizzato , come ha penalizzato il compagno di club Vierchowod, a suo dire migliore e più adatto dell’interista Ferri nel marcare Maradona nella fatale semifinale del San Paolo, oggi Stadio Maradona. Lo fece con parole sue – sue dell’epoca – poco diplomatiche: «Lo vedeva anche un cieco che c’era bisogno di Vierchowod».

Nonostante i rapporti con Vicini si siano ovviamente raffreddati, il CT continua a chiamare a intermittenza Mancini anche dopo il Mondiale. All’inizio pochi minuti, poi sempre di più: gol zero. Anche nella decisiva gara di qualificazione a Mosca, in cui l’Italia è obbligata a segnare e vincere se vuole andare agli Europei del ’92, Vicini mette Mancini a mezz’ora dalla fine, ma a sfiorare il gol – colpendo un palo – sarà Rizzitelli.

Nel frattempo il capitano della Samp aveva vinto uno storico scudetto nel 1991. Parte della benzina, dirà lui stesso, arrivava dalle continue esclusioni dei blucerchiati in Nazionale che vivevano la loro vendetta sportiva nel club allenato da Boskov.

Dopo la mancata qualificazione a Euro ’92 sulla panchina azzurra arriva Arrigo Sacchi, con cui i fantasisti devono venire a compromessi. Il nuovo CT ignora Mancini per cinque partite, poi lo schiera titolare in un’amichevole contro l’Irlanda venti giorni dopo la bruciante sconfitta della Sampdoria ai supplementari contro il Barcellona nella finale di Coppa Campioni. Mancini se la cava, ma nel 4-4-2 di Sacchi è difficile trovare spazio: c’è Baggio, in primis, poi ci sono Vialli, Massaro, Casiraghi, Zola, Signori, che alla fine si adatterà nel ruolo di esterno sinistro. A un certo punto scendono in campo perfino Melli e Silenzi.

Mancini, che è la stella polare della Samp, in Nazionale è un satellite di un sistema che lo fa girare largo, larghissimo. Lui sopporta in attesa del suo terzo possibile Mondiale che potrebbe finalmente essere il suo primo vero Mondiale. Gioca cinque gare nelle qualificazioni, compresi gli ultimi minuti di quella decisiva, a San Siro, con il Portogallo. Segna anche tre gol, i primi dopo quello coi tedeschi a Euro ’88, in due gare facili facili: doppietta con Malta, uno nel 3-0 all’Estonia.

Dopo la solita prestazione così così e una sostituzione a fine primo tempo nell’amichevole del 23 marzo 1994 contro la Germania, Mancini ne ha abbastanza e dice addio alla Nazionale dopo 36 gare e 4 reti, una sola degna di nota. Davvero troppo poco per il capostipite di una generazione d’oro di numeri 10.

L’ultimo palcoscenico fu lo stadio di Stoccarda, lo stesso della semifinale di sei anni prima contro l’Urss di Lobanovski, quando s’infuriò per la prima volta con Vicini che lo usò come capro espiatorio di una partita nata male e finita peggio, togliendolo a fine primo tempo quando l’Italia era alle corde, ma ancora sullo 0-0.

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Sacchi, che stimava molto Mancini, fece più di un tentativo per includerlo nel gioco della sua Nazionale in vista di Usa ‘94, provandolo anche come centravanti accanto a Baggio pur di averlo in campo, ma l’esperimento non funzionò. Quando Mancini capì che agli occhi del CT non era altro che il rincalzo di Baggio, e forse nemmeno il primo, vista la rapida ascesa di Zola, chiese di farsi da parte, nemmeno trentenne e con ancora tanti anni di carriera davanti (vincerà ancora con la Samp e altrettanto con la Lazio di Cragnotti fino al 2000). Di quella auto-esclusione dal suo terzo Mondiale dirà poi che fu un errore e che tra caldo, squalifiche e infortuni avrebbe potuto giocare e incidere parecchio.

Lasciata la Serie A giocò le ultime cinque partite nel Leicester City, con addosso una maglia un paio di toni più scura di quella della Nazionale. Quando, a campionato in corso, arriva la chiamata della Fiorentina, che lo vuole come allenatore al posto dell’esonerato Fatih Terim, Mancini appende per sempre le scarpe al chiodo.

Scende in campo per l’ultima volta il 10 febbraio 2001. In quei giorni Giacomo Raspadori, il più giovane convocato nella sua Nazionale neocampione d’Europa, non aveva ancora compiuto un anno. Il suo capitano Giorgio Chiellini era stato appena aggregato alla prima squadra del Livorno, in C1, dove chiuderà la stagione con tre presenze. Chiellini, il più anziano dell’attuale rosa azzurra, è nato nell’agosto del 1984, tre mesi dopo la litigata fatale con Bearzot.

La strada presa da Mancini per arrivare al successo azzurro che gli è sfuggito nell’estate dell’88 è stata molto larga. Tra un anno e mezzo passare in panchina l’intero Mondiale del Qatar non sarà più una tortura come a Italia ’90, ma una speranza, non solo sua.

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