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Italia-Francia, l’ultima notte felice

Nel 15.esimo anniversario della vittoria dell’Italia nel Mondiale del 2006 pubblichiamo un estratto del libro “Italia-Francia, l’ultima notte felice” di Stefano Piri, edito da 66thand2nd.

Nei primi cinque minuti della finale della Coppa del Mondo 2006 in pratica non si è giocato. Ci sono stati gli inni nazionali, gli undici italiani esaltati da Mameli come in un film di guerra, con le mascelle contratte e gli occhi lucidi a strillare «Litaliachiamò-sì!» e gli undici francesi assorti nella Marsigliese come in un canto religioso – Thuram e Vieira tengono gli occhi chiusi, a Ribéry casca il labbro inferiore e pare sul punto di piangere, Zidane non muove un muscolo del volto e fissa qualche luogo oltremondano dritto davanti a sé. Poi la regia internazionale ha fatto alcune inquadrature degli spalti tra famigliole di tifosi che sorridono come a Disneyland con l’aria innocua tipica delle partite tra Nazionali, le facce pitturate che siamo abituati a veder esprimere solo espressioni primarie da bambini: riso, pianto, noia. 

E subito prima del calcio d’inizio il dettaglio dello scarpino bianco e oro di Toni appoggiato di punta sul cuoio bianco e oro del pallone, alla perfetta inclinazione di un pennino su un calamaio: una coincidenza cromatica vagamente art déco così felice da sembrare artificiosa (ma gli sponsor tecnici sono diversi, per cui propendo per il colpo di fortuna). 

Poi il fischio d’inizio e per cinque minuti la negazione dello spettacolo promesso, come quando a teatro tutti sono seduti e le luci spente ma il sipario non si apre. Al primo pallone recuperato dalla Francia Cannavaro ha rifilato una zuccata sulla nuca a Henry, che è rimasto a terra per più di un minuto finché non lo hanno tirato su di peso e fatto riprendere con lo stick balsamico. Appena si è ricominciato a giocare Zambrotta si è allungato troppo il pallone e per recuperarlo ha steso malamente Vieira al limite dell’area della Francia, prendendo un cartellino giallo a cento metri dalla propria porta che in condizioni normali risulterebbe davvero stupido, ma nel momentaneo contesto di esaltazione e agonismo della squadra di Lippi è quasi una professione di fede. Altra lunga pausa, il rumore dello stadio è fastidioso, il fischio basso e assordante di decine di migliaia di persone eccitate ma non ancora coinvolte nella partita, coi ritardatari che chiedono permesso tra i seggiolini e quelli con la trombetta che ancora non si sono arresi agli sguardi di riprovazione dei vicini di posto. 

Il rinvio lunghissimo di Barthez arriva proprio sulla fascia di Henry e Zambrotta, ciascuno con i suoi motivi per essere frastornato, ma il numero 12 francese ha quasi dieci centimetri di vantaggio e saltando nel suo bello stile classico riesce ad anticipare l’esterno italiano e colpire di testa verso Malouda al limite dell’area di rigore italiana. Cannavaro in diagonale sembra a tempo per tagliare la strada all’attaccante francese ma chissà perché va dritto a vuoto come un trenino sui binari, e a Malouda basta lasciar rimbalzare il pallone e girare su sé stesso per trovarsi in luce piena davanti a Buffon. Si porta avanti il pallone col petto mentre alla sua destra piomba Materazzi in ritardo cinematografico, il ralenti ci fa capire che non ha speranza di prendere il pallone e che deve scegliere tra due opzioni di sacrificio: lasciar scappare e segnare Malouda, oppure stenderlo nel cuore dell’area di rigore (come insegnano i manuali di sceneggiatura, le sole scelte toccanti e rivelatorie di un personaggio sono quelle tra due beni o tra due mali. La scelta tra un bene e un male in realtà non è una scelta). Materazzi non decide e questo per poco non lo salva, perché incrocia la corsa di Malouda fino a respirargli sul collo, inducendolo a lasciarsi cadere, ma probabilmente non lo tocca; è un rigore che a velocità naturale sembra netto ma forse oggi verrebbe tolto al Var. Nel 2006 però il Var non c’è e l’arbitro Elizondo ha indicato il dischetto prima ancora che Malouda toccasse l’erba col petto. Elizondo rifiuta le proteste di Materazzi a mano aperta, si fa consegnare il pallone da Buffon come un maestro delle elementari requisisce un giocattolo. 

Zinédine Zidane ha sentito arrivare il rigore prima di tutti. Rivedendo al replay l’intervento di Materazzi su Malouda lo troviamo alla periferia destra dell’inquadratura che si volta verso Elizondo e allarga le braccia quando ancora c’è luce tra le sagome dei due corpi, e quando Elizondo fischia ha già abbassato le braccia e probabilmente sta pensando a come tirare. 

Quando finisce il Rashomon dei replay lo troviamo sul dischetto con una rincorsa corta e obliqua, non sappiamo cosa sta pensando ma forse lo possiamo immaginare. Sei anni prima ha sconfitto in finale agli Europei l’Italia fresca di impresa contro l’Olanda, senza che questo strozzasse nella culla la mitologia appena nata del «cucchiaio» di Totti. Conosce gli italiani abbastanza bene da sapere che confondiamo la sbruffoneria con la forza, e forse l’idea gli viene così, chissà se mentalmente fa pure il verso a Totti in romanesco/marsigliese: «Mo je faccio er cucchiaio». Davanti a lui c’è Gianluigi Buffon con la faccia di Bruce Wayne che guarda Gotham dall’alto di notte aspettando solo che il bat-segnale gli indichi il punto dove fare qualcosa di eroico. Anche se di campioni in campo ce ne sono tanti, si può dire che questo rigore dopo cinque minuti è già un duello individuale tra i due più importanti, tra i simboli delle due Nazionali, tra i figli prediletti dei due movimenti calcistici in questo momento più ingombranti al mondo. Non hanno mai giocato insieme, ma le loro carriere hanno avuto incroci affascinanti. Buffon è arrivato alla Juventus nell’estate 2001 della cessione di Zidane al Real Madrid, in una delle sessioni di mercato più cariche di significato filosofico della storia bianconera, quando Moggi scelse di mettere un cartellino del prezzo da 150 miliardi alla bellezza invalutabile di Zidane e reinvestirli in Buffon e Nedveˇd, un portiere fenomenale e un centrocampista devastante ma antitetico a Zidane, quasi ad affermare anche per i posteri quali sia, a Torino, la gerarchia delle priorità tra incantare e vincere. 

Meno nota ma suggestiva è l’occasione in cui Buffon e Zidane si sono incontrati in campo per la prima volta, quasi dieci anni prima di stasera, in Parma-Juventus del 5 gennaio 1997. Vinse 1-0 Buffon, e poco prima della fine Zidane perse la testa e si fece espellere per aver trasformato in scazzottata un contrasto spalla contro spalla con Chiesa. Il tutto col senno di poi prefigura in maniera quasi sinistra il modo in cui finirà stasera – che invece è l’ultima volta in cui si incontrano, perché Zidane ha già annunciato il ritiro. 

Ma adesso non lo sa nessuno dei due, adesso ci sono solo Buffon che si sputa sui guanti fermo sulla linea come un condannato alla fucilazione in un dipinto eroico, e Zidane che prende una rincorsa svogliata, il collo sempre piegato in avanti come se tenere l’orizzonte tre centimetri più in là degli altri fosse il segreto del suo successo – e chi siamo noi per escludere che sia proprio così? 

Zidane parte a passettini veloci di danza, lascia che Buffon caschi morbido sul fianco sinistro e poi scava sotto il pallone con la punta del piede, la palla si alza lenta come un girasole all’alba, più in alto del previsto, tocca la faccia interna della traversa, rimbalza nei pressi della linea, poi di nuovo sulla traversa e poi in campo, tra le braccia di Buffon che ha fatto in tempo a rialzarsi. Milioni di tifosi italiani pensano simultaneamente che non sia entrata, milioni di francesi sono sicuri di sì, ma perfino Zizou perde per un attimo una coolness fin lì impeccabile per sbracciarsi verso Elizondo: Hai visto che è entrata, vero? Sì, ha visto, e ha visto anche Buffon adagiato sull’erba come un patrizio vizioso su un triclinio, infatti non protesta e tiene il pallone con una mano sola: un oggetto senza valore. Zidane torna verso centrocampo in mezzo ai compagni che lo strattonano, con la faccia di uno che ha portato a termine un compito necessario ma non piacevole. Prima di riprendere il gioco si sistema più volte nervosamente la fascia da capitano. 

Lippi a bordocampo osserva immobile a braccia incrociate, ha uno sguardo calmo e severo che è difficile dire se di fede o di rassegnazione. Domenech scatta verso il campo col ghigno satollo che ha avuto un ruolo non trascurabile nell’edificazione della sua leggendaria impopolarità. Il presidente francese Chirac, inquadrato in tribuna, dimostra di non essere capace di applaudire come un comune essere umano ma piuttosto batte ritmicamente i polpastrelli della mano destra sul polso della mano sinistra estesa e immobile, con le braccia ritorte in una strana postura da giocatore di cubo di Rubik (e poi ci si domanda perché la gente crede ai rettiliani). Nella fila dietro di lui, qualche posto a sinistra, c’è Bill Clinton con una smorfia di noia ed estraneità quasi toccante. 

Non si è ancora iniziato a giocare e la Francia è già in vantaggio, peraltro da sfavorita visto che i bookmaker hanno preferito lo stato di estasi degli azzurri reduci dalla letteraria semifinale contro la Germania al livello tecnico probabilmente un po’ superiore delle individualità francesi, privandoci almeno nelle quote del ruolo di outsider che noi italiani tanto amiamo. Cosa succede adesso? Cosa può pensare un giocatore italiano a cui restano 83 minuti più recupero ed eventuali supplementari per scongiurare una delusione destinata a durare generazioni? E un francese, che si trova alla stessa distanza di tempo dalla gloria imperitura? Quanto pesa il pallone appena si riprende il gioco? Come fanno i calciatori a pensare solo a quello che gli sta gridando l’allenatore, o a come leggere l’azione? Cosa pensa Zinédine Zidane, che nell’ultimo atto della sua sontuosa carriera si è preso il lusso del cucchiaio e ha visto il pallone rimbalzare dalla parte giusta della linea di porta? 

Nel capitolo precedente ho citato la prima parte dell’intervista in cui Zidane, grosso modo un anno prima di questo momento, ha annunciato il proprio ritorno in Nazionale. In pochi stranamente prendono sul serio la seconda parte di quell’intervista, che pure è insolita per un calciatore in generale e ancora di più per un tipo di poche parole e tutt’altro che eccentrico come lui: «Non vorrei che la gente ci ricamasse troppo sopra e interpretasse male quello che devo confessare, ma quello che mi sta accadendo, in realtà, è abbastanza mistico e in buona parte sfugge anche a me». Adesso nelle immagini sembra davvero imbarazzato, ma anche impaziente di andare avanti. «C’è anche una componente irrazionale nella mia scelta. Una notte, alle tre del mattino, mi sono svegliato all’improvviso e ho iniziato a parlare con qualcuno. Con chi non lo sa nessuno, neanche mia moglie, nessuno. È un indovinello, sì, ma non provate a risolverlo perché non ci riuscirete. Parlo di qualcuno che probabilmente non incontrerete mai. Io stesso non mi spiego questo incontro. È una persona che esiste davvero, ma viene da così lontano…». Adesso percepiamo da uno sguardo di Zidane che anche l’intervistatore, fuori dall’inquadratura, non è del tutto a suo agio. «Nelle ore seguenti sono stato solo con questa persona, a casa mia, e lì ho preso davvero la decisione di tornare. […] Non avevo mai vissuto una cosa del genere, ma sentivo che mi era come proibito oppormi a questa forza che mi diceva cosa avrei dovuto fare, e ho avuto qualcosa come una rivelazione: dovevo tornare alle fonti, all’origine di tutto […]. Una forza insopprimibile si è impossessata di me, e non ho potuto fare altro che obbedire». 

Dunque, ci sono buone possibilità che un decennio di successi e notorietà globale ai limiti della venerazione abbia reso Zidane pazzo. Pazzo in senso buono, intendiamoci, come le rockstar che dopo un viaggio in India iniziano a girare scalze e in vestaglia parlando di trascendenza e pace nel mondo, quel genere di follia che forse è il modo più sano di adattarsi a un mondo che non ha più da tempo né le regole né le proporzioni di quello delle persone normali. O forse – ma poi è la stessa cosa – è talmente immerso nella narrazione provvidenziale che gli hanno costruito intorno che per un misto di opportunità e gratitudine ha iniziato a aderirvi, e forse anche a crederci, fino ad arrivare a un punto in cui quantomeno nelle interviste non sa più – o non gli interessa più – fare distinzione tra lo Zidane reale e lo Zidane protagonista di una grande storia popolare, che in quanto tale può permettersi qualche elemento di realismo magico. Di certo Zidane dà ai francesi la favola di cui hanno bisogno, prima con le parole e poi sul campo. 

Dieci mesi dopo lo troviamo in Germania, alla vigilia della finale con l’Italia, con la Francia ai suoi piedi. Il presidente della Repubblica Jacques Chirac lo ha definito un «genio» dopo la partita con il Brasile, mentre il suo tecnico Domenech ha spiegato in maniera molto interessante le sue ultime prestazioni quasi innaturali: «Noi allenatori diciamo spesso ai giocatori di scendere in campo come se fosse l’ultima partita della loro vita. Per Zidane che alla fine di questo torneo si ritirerà non è solo un modo di dire, ma una realtà. Abbiamo il giocatore più forte del mondo, e ogni volta va in campo sapendo che la sua prestazione potrebbe essere quella che lascerà alla storia, quella con cui sarà ricordato». Forse a Zidane torna in mente proprio quella voce soprannaturale che gli ha detto di tornare in Nazionale o che forse si è inventato, quando dopo cinque minuti si presenta sul dischetto davanti a Buffon. Quasi certamente gli torna in mente quando il pallone, dopo aver colpito la traversa, rimbalza di pochissimo al di là della linea di porta. Eccola, la sua eredità. Ecco l’istante che dà un senso a tutto quello che è successo. Ecco il significato della chiamata che ha ricevuto. La finale è appena iniziata ma forse Zidane si concede di sperare che per lui sia già finita, che il fotogramma di quel rigore sarà il monumento finale alla sua carriera. Che forse un giorno qualcuno gli farà una statua.

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