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Italia-Turchia apre un Europeo con il tifo e tanta voglia di normalità

No, questa Italia è diversa: non lascia il pallino agli avversari. Quasi sempre invece li incalza grazie a una velocità che li stordisce. «Voglio che i giovani osino sempre, se sbagliano pazienza», aveva detto Mancini all’inizio dell’avventura, quando bisognava ancora sgombrare le macerie. «Se siamo in vantaggio, i ragazzi devono attaccare per recuperare l’affetto dei tifosi», ribadiva il tecnico che aveva capito anche un’altra cosa: che il mondo del calcio stava cambiando. Che non bastava più indossare una maglia azzurra per avere l’appoggio dei tifosi. Quel mondo, era finito, quel patto con gli italiani pure. Se te lo meriti, il nostro affetto, te lo diamo. Altrimenti pazienza, seguiremo qualche altro sport, qualche altra nazionale.

Il gioco c’è

«L’Europa premia un calcio di possesso, dominio, intensità. E noi dobbiamo adeguarci anche a costo di perdere qualche partita», rispondeva Mancini quando le sue idee non venivano capite. Così, in due due anni, oltre alla qualificazione europea e alla lunga imbattibilità, l’allenatore azzurro è riuscito a realizzare una specie di miracolo: dare un gioco preciso all’Italia. Un gioco fatto di ritmi elevati, di triangolazioni veloci, di pressing alto. Pur con qualche passo falso, come chi torna a correre dopo un infortunio, l’Italia ha acquistato una sua precisa identità diventando un modello vincente anche per le squadre di club, che hanno cominciato a imitarla. Pensiamo al Milan, all’Atalanta, al Sassuolo.

L”assioma vincente è che non basta vincere in qualche modo una partita, bisogna invece trovare una propria strada, una fisionomia che non si fermi al risultato. In parte sembra di risentire Arrigo Sacchi, ma questa nazionale, almeno finora, si è mossa in un clima di maggiore leggerezza e serenità. Non c’è quell’ansia tutta sacchiana che portava all’esasperazione e all’annullamento delle individualità. In questo gruppo tutti sanno che non ci sono star insostituibili, e che il gioco e le sincronie sono alla base del progetto. Lo sanno, certo. Però in un clima di allegro ottimismo, non di cupa paura di sbagliare. In questo senso Mancini, e il suo gemello Gianluca Vialli, hanno saputo portare uno stile più sciolto, amichevole e professionale al contempo. Vero che quando le cose vanno bene, sono tutti bravi e simpatici, però finora quasi tutto ha funzionato a dovere.

Una squadra votata all’attacco

Anche il gioco, quel 4-3–3 che porta cinque uomini in fase d’attacco e quattro in fase passiva, è una chiave che apre molte porte. Come piace anche l’idea del “doppio regista” (Jorgihno e Verratti) con Insigne che accende la luce in fase conclusiva. Piace l’Intensità di Barella, gli strappi di Berardi e Chiesa, la forza della difesa costruita sull’asse Bonucci-Chiellini. Con Donnarumma, tra i migliori portieri del mondo, poi il cerchio si chiude.

Per l’attacco restano dei dubbi. Finora né Immobile né Belotti hanno convinto pienamente. Si parte con Immobile, centravanti killer nella Lazio ma mai pienamente realizzato in maglia azzurra. Speriamo sia la volta buona. Ora, però, si va al dunque. Con i turchi, è meglio stare attenti, anche se finora con loro non abbiamo mai perso. È una squadra molto giovane, con tanti uomini che giocano in importanti squadre di club europee. Calhanoglu, talento del Milan, è la guida più carismatica. Ma poi c’è Yilmaz, centravanti del Lilla, che in Francia ha fatto sfracelli. La Turchia non lascia giocare, chiude gli spazi. Fa innervosire.

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