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Il Chelsea di Tuchel è stato perfetto

Al settimo minuto della finale di Champions League la squadra di Guardiola, impegnata in una fase di costruzione bassa, consegna il pallone al suo portiere Ederson. Il brasiliano scansiona con lo sguardo tutto il campo di gioco davanti a sé e con un lancio di 60 metri, col suo prodigioso sinistro, trova in profondità Sterling che ha attaccato alle spalle la linea difensiva del Chelsea, per una volta alta, nella zona tra James e Azpilicueta, rispettivamente quinto e centrale difensivo di destra della linea arretrata del Blues.

Il controllo di Sterling, però, non è perfetto e consente a Reece James di allungare il pallone tanto da farlo giungere troppo a ridosso del portiere Mendy in uscita bassa. L’ala del City tenta in emergenza di dribblare il portiere avversario, ma si porta la palla troppo sull’esterno e decide di provare a sorprendere Mendy con un colpo di tacco, che il portiere senegalese riesce comodamente a mettere in calcio d’angolo.

Quello di Sterling al settimo minuto resterà l’unico tiro nello specchio di tutta la partita della squadra di Guardiola, un colpo di tacco da posizione defilata con il portiere addosso al tiratore. In totale i tiri verso la porta del Chelsea nella finale di Porto sono stati 7, di cui 2 fuori e 4 respinti dai Blues.

Se Guardiola non è riuscito a vincere la sua prima Champions League lontano da Barcellona e Thomas Tuchel – battendo l’allenatore catalano per la terza volta in quaranta giorni – ha invece conquistato meritatamente il massimo trofeo europeo, buona parte delle motivazioni vanno individuate nelle cause delle grosse difficoltà avute del City a giungere al tiro.

Il famoso “overthinking” di Guardiola

Nelle ultime 5 partite di Champions League, quelle che lo hanno portato alla finale di Porto, Pep Guardiola aveva sempre schierato la medesima formazione per almeno nove undicesimi. Unici cambi: l’ingresso di Fernandinho per Rodri nel match di ritorno in semifinale contro il Paris Saint Germain e l’alternanza tra Cancelo e Zinchenko nel ruolo di terzino sinistro. In particolare i 5 giocatori più offensivi erano sempre rimasti gli stessi: Mahrez e Foden larghi sull’esterno, De Bruyne in posizione di “falso nove”, Bernardo Silva a gravitare insieme al belga nella zona alle spalle del centrocampo avversario e Gundogan pronto a inserirsi negli spazi lasciati liberi dall’assenza di un vero centravanti.

Sembrava l’approdo finale del lavoro di questa stagione di Pep Guardiola, sia negli interpreti che nelle logiche, una struttura con due ali larghe, due giocatori sulla trequarti e spazio da attaccare nel cuore della difesa avversaria. Per questo alla lettura delle formazioni ufficiali, un’ora circa prima dell’inizio del match, è subito balzata agli occhi la presenza in campo di Sterling e l’assenza iniziale di Rodri e Fernandinho (solamente un’altra volta in stagione il City aveva rinunciato a schierare almeno uno dei due centrocampisti difensivi).

Il cambio degli interpreti lasciava presagire uno scostamento da quello che sembrava un canovaccio tattico ormai definito per il City e, in effetti, sin dall’inizio della partita è stato possibile notare per gli uomini di Guardiola una diversa struttura posizionale in fase di possesso.

In fase offensiva il City si è schierato con una disposizione sintetizzabile numericamente con un 3-4-3 col centrocampo a rombo. In possesso palla il terzino sinistro Zinchenko entrava dentro il campo occupando la posizione di mezzala, con Bernardo Silva sul vertice opposto del quadrilatero e Gundogan e Foden disposti rispettivamente sul vertice basso e su quello alto del rombo di centrocampo. Sterling a sinistra e Mahrez a destra hanno presidiato le fasce con De Bruyne in posizione avanzata.

Il “3-4-3 diamante” in fase di possesso del Manchester City.

L’idea di Guardiola era probabilmente quella di ottenere superiorità numerica in mezzo al campo contro Jorginho e Kantè, i due interni del 3-4-3 del Chelsea, da sfruttare utilizzando la qualità di Gundogan posizionato come vertice basso. Purtroppo per i Citizens, le cose non sono andate esattamente come Guardiola aveva sperato.

La difesa del Chelsea

Thomas Tuchel ha scelto di non contendere il possesso palla al City, schierando un blocco difensivo compatto ad altezza medio bassa, con i due esterni del 3-4-3 – James a destra e Chilwell a sinistra – sulla stessa linea dei difensori. Il gioco interno e tra le linee immaginato da Guardiola con il suo centrocampo a rombo è stato disinnescato dalla capacità del 5-2-3 in fase di non possesso di Tuchel di tenere le distanze particolarmente ridotte e da un’interpretazione difensiva di tutti i giocatori del Chelsea davvero notevole per determinazione, attenzione e lettura delle situazioni di gioco.

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Il 5-2-3 difensivo stretto e compatto del Chelsea.

 

L’attacco composto da Mount, Werner e Havertz ha schermato con attenzione i passaggi interni dei tre giocatori arretrati impiegati dal City in costruzione. Superati dal pallone, Mount e Havertz non hanno lesinato corse all’indietro per contendere, arrivando alle spalle, il pallone ai giocatori avversari.

Il lavoro posizionale di Mount, Werner e Havertz è stato fondamentale per la costruzione dell’intero progetto difensivo di Tuchel, impedendo un facile e rapido accesso al centro del campo al City. Ancora dietro, Rudiger, in misura maggiore rispetto ad Azpilicueta, ha spezzato la linea difensiva marcando in maniera aggressiva Bernardo Silva, togliendo così tempo e spazio a un giocatore fondamentale per la circolazione del pallone di Guardiola.

Jorginho e Kante a centrocampo, e Azpilicueta e Thiago Silva più indietro, hanno invece gestito le posizioni mobili di De Bruyne e Foden, con i due mediani infaticabili in un lavoro di schermatura dei filtranti verso la propria zona arretrata, oltre alla marcatura dei giocatori che entravano nella loro posizione e allo scivolamento da destra a sinistra necessario per coprire una porzione orizzontale di campo molto ampia.

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Rudiger spezza la linea seguendo la posizione di Bernardo Silva.

Con Rudiger concentrato sulla posizione di Bernardo Silva e Azpilicueta sul controllo degli spazi interni, Tuchel ha assegnato grosse responsabilità individuali ai due esterni, lasciati a marcare individualmente Sterling e Mahrez.

James e Chilwell hanno pienamente ripagato la fiducia accordata loro dall’allenatore tedesco non concedendo ai loro diretti avversari di creare superiorità numerica tramite iniziative individuali. In particolare James ha vinto 12 dei 18 duelli difensivi giocati, lasciando Sterling a zero dribbling riusciti su 4 tentati.

Inoltre, nelle poche occasioni in cui il Manchester City è riuscito a penetrare il blocco difensivo del Chelsea i giocatori di Tuchel hanno mostrato una volontà incrollabile nel difendere la propria porta, intercettando i passaggi chiave avversari o mettendo il proprio corpo a difesa della porta di Mendy.

Sterling cerca Mahrez sul lato opposto. L’algerino è davanti a Chilwell che con grande sforzo riesce a recuperare in scivolata e ad impedire una facile conclusione a rete dell’avversario. Uno dei tanti esempi dell’abnegazione difensiva del Chelsea.

 

Le difficoltà offensive del City

Come in ogni partita di calcio i meriti e i demeriti delle due squadre si intrecciano inestricabilmente, rendendo complesso e forse inutile individuare dove si esauriscano i primi ed inizino in secondi. Di certo l’ottima prova difensiva del Chelsea ha reso complesso il piano offensivo pensato da Guardiola che, tuttavia, è sembrato inefficace anche per motivi indipendenti dalle contromosse di Tuchel.

La nuova disposizione posizionale progettata da Guardiola in fase offensiva ha probabilmente tolto ai giocatori la libertà mentale che un sistema collaudato in genere regala, introducendo elementi di rigidità nell’interpretazione che sono andati in direzione opposta alla fluidità ottenuta con il sistema dei due “falsi nove”. Il rombo di centrocampo ha cristallizzato le posizioni dei giocatori nella metà campo avversaria e ha tolto spazio a Kevin De Bruyne, spinto in avanti dall’affollamento interno creato da Guardiola.

La rigidità delle posizioni dei giocatori del City ha inoltre favorito la difesa del Chelsea, donandole punti di riferimento su cui centrare la posizione dei propri giocatori. Lo spazio da attaccare, che di solito viene generato dal sistema dei “falsi nove”, stavolta è stato occupato prematuramente. Tutto questo, per provare a mettere in mezzo il centrocampo avversario.

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Foden, vertice alto del rombo, è posto in verticale a De Bruyne. Il belga si muove come un centravanti classico attaccando la profondità. Non la maniera migliore di utilizzare De Bruyne.

 

La prestazione di una squadra di calcio è sempre la somma di vari fattori, e uno dei più importanti è il rendimento individuale di ogni singolo giocatore. In questo senso va notato che le novità posizionali introdotte da Guardiola non hanno aiutato i giocatori del City a giocare la loro migliore partita, aggiungendo ai giocatori una frazione di secondo in più nelle scelte e un pizzico di incertezza nel posizionamento e nelle giocate.

Nessuno degli uomini di Guardiola ha giocato la propria migliore partita. E si può dire sia che il piano gara ha funzionato male in virtù delle prestazioni individuali dei giocatori sia che, ribaltando l’angolo di visuale, i giocatori sono stati messi in difficoltà dal sistema di gioco.

Le transizioni offensive del Chelsea

L’ottima partita difensiva del Chelsea non avrebbe da sola permesso la vittoria dei Blues, senza cioè la qualità delle transizioni offensive che hanno garantito alla squadra di Tuchel le occasioni da rete necessarie a segnare il gol della vittoria di Kai Havertz.

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Con soli 8 tiri in Chelsea ha generato 1.7 xG, a testimonianza dell’elevata qualità dei tiri presi

 

Per una volta la difesa del City, granitica in questa stagione, è apparsa in difficoltà, destabilizzata dai movimenti in profondità di Timo Werner, tanto impreciso sotto porta quanto fondamentale per muovere i difensori avversari e creare gli spazi che Havertz, per tutta la partita, ha mostrato di sapere leggere ed attaccare.

Il piano di Tuchel si è mostrato semplice ed efficace, grazie alla qualità delle tracce giocate da Werner. Recuperato il pallone il Chelsea ha puntato ad attaccare velocemente la linea difensiva avversaria, più che sul consolidamento del possesso palla, utilizzando Werner per aggredire lo spazio alle spalle dei terzini avversari oppure attaccando lo spazio del centrale difensivo. Gli spazi creati da Werner sono stati sfruttati perfettamente da Havertz la cui scelta come partner d’attacco al posto di Pulisic si è rivelata particolarmente azzeccata.

Un esempio dei movimenti congiunti di Werner ed Havertz. Werner partendo dal fianco destro di Ruben Dias attacca alle spalle sia il centrale che Zinchenko e riceve il passaggio di James. Havertz si muove nello spazio creato da Werner e riceve dentro l’area il passaggio rasoterra del centravanti.

 

L’azione del gol della vittoria del Chelsea è un perfetto esempio della qualità dei movimenti della coppia Werner-Havertz, ma anche della qualità dei passaggi di Mason Mount, il giocatore del terzetto offensivo deputato ad innescare l’attacco alla profondità: autore di 3 passaggi chiave e, in controluce, causa dell’enorme difficoltà del Manchester City nel leggere e contrastare i loro attacchi.

L’azione nasce da una fase di costruzione bassa del Chelsea che attira il pressing, molto orientato in zona palla, del City. La palla giunge al portiere Mendy che sposta il gioco da destra a sinistra servendo con un lancio lungo Chilwell aperto sulla linea laterale sul lato debole, libero grazie alla sua posizione molto aperta e all’occupazione dell’half-space di Mount che impegna centralmente Walker.

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Il lancio di Mendy è estremamente preciso e Chilwell è abile a capitalizzare il vantaggio posizionale offerto del ritardo di Walker giocando di prima al volo verso Mount. A catena, il ritardo di Walker si porta dietro il ritardo di Stones su Mount che con rapidità e qualità controlla il pallone, si orienta verso la porta avversaria e serve il filtrante per Havertz che attacco lo spazio creato dal movimento di Werner che porta fuori posizione Ruben Dias.

La qualità tecnica delle giocate di Mendy, Chilwell e Mount rendono concreto il vantaggio posizionale del Chelsea, mandando fuori tempo la pressione di scarsa qualità dei giocatori del Chelsea. Con Mount fronte alla porta avversaria è fin troppo semplice per Werner portare col proprio movimento fuori posizione Ruben Dias e aprire lo spazio che Havertz attacca a rimorchio anticipando Zinchenko

 

 

Il capolavoro di Tuchel, l‘incubo di Guardiola

La vittoria del Chelsea è stata ampiamente meritata. Thomas Tuchel con una gara difensivamente pressoché ineccepibile per strategia, applicazione e determinazione che, come detto, ha costretto il City di Guardiola a effettuare soli 7 tiri di cui 4 intercettati dai difensori e solo uno, quello al settimo minuto da cui abbiamo cominciato, per giunta di tacco, diretto verso lo specchio della porta di Mendy.

Le ripartenze e gli attacchi diretti, centrati sulla qualità delle giocate di Mason Mount, sui movimenti di Werner e sulle letture degli spazi liberati dal centravanti di Kai Havertz, hanno poi garantito ai Blues sufficiente pericolosità per ottenere il gol della vittoria e sfiorare nel secondo tempo con Pulisic il gol del raddoppio.

Il lavoro svolto in soli 4 mesi da Tuchel è enorme e i suoi meriti nel costruire un’identità tattica e psicologica al suo Chelsea in così poco tempo davvero impressionanti. Il contesto tattico e psicologico ha consentito ai calciatori di giocare una partita al pieno delle proprie possibilità individuali, vincendo in ogni zona del campo i duelli contro i propri avversari.

Sull’altra panchina, con la scelta di variare l’assetto tattico della sua squadra e di rinunciare a uno tra Rodri e Fernandinho, Guardiola alimenta suo malgrado l’accusa di “overthinking big games” cioè quella di cercare soluzioni particolari nelle partite decisive, snaturando in qualche maniera la squadra e fornendo ai giocatori informazioni nuove rispetto a quelle consolidate che rischiano di ingolfarne il processo decisionale.

È difficile in questo caso assolvere Guardiola dall’accusa di avere forzato un cambiamento, forse influenzato dalle due sconfitte recenti contro Tuchel in FA Cup e in campionato. Al contempo è sempre complesso distinguere i limiti tra un piano gara sbagliato, un piano gara sabotato dalla qualità delle prestazioni dei propri giocatori o da quella delle prestazioni degli avversari. Di certo la rinuncia a Rodri e Fernandinho può avere influenzato negativamente la fase di transizione difensiva che, forse per la prima volta in stagione e nell’appuntamento più importante, è stata difficoltosa e piena di incertezze.

Inoltre, la scelta del rombo di centrocampo per mettere in difficoltà numerica e posizionale i due interni Jorginho e Kanté si è rivelata controproducente introducendo rigidità posizionali che il sistema dei due “falsi nove” aveva risolto.

Le prestazioni individuali non hanno però aiutato Guardiola. Con l’accesso al centro del campo precluso dall’ottima prestazione difensiva del Chelsea, Sterling e Mahrez non hanno mai generato vantaggi dai loro duelli individuali e troppe volte i difensori di Tuchel hanno prevalso sugli attaccanti del City neutralizzando ogni situazione potenzialmente pericolosa. In fase difensiva, la linea arretrata, pressoché perfetta per tutta la stagione, ha sofferto in maniera eccessiva gli ottimi movimenti di Werner, capace da solo di disordinare l’intera difesa del City.

Fuori da Barcellona la Champions League rimane un incubo per Guardiola mentre Tuchel, con la vittoria della Champions League, legittima al massimo livello, qualora che ce ne fosse bisogno, il suo status di grandissimo allenatore.

https://www.ultimouomo.com/manchester-city-chelsea-analisi-tattica-tuchel-guardiola/

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